US Food Patent

  

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Four digital photographic elaborations of the same size present the same number of vegetables – lettuce, orange, broccoli, apple –against a dark background. As if they had been scanned, these vegetables are no longer in three dimensions: they have become flat surfaces, upon which creases and natural wrinkles seem to be mere decoration. The text printed over them includes the figures regarding patents fo seeds registered by American multinationals in the ‘90s. On the broccoli leaf, for example, one can read: US Patent No. 4,677,246 Title: Prootogyny in Zea Mays Assignees: Dekalb-Pfizer Genetics. The number of the patent, the title, and the company identify the intellectual property rights and therefore also ownership rights of a company for a particular seed created in a test tube. These images are placed on a shelf with four test tubes containing the biological seeds of the vegetables in the photographs, thus placing them in direct relationship with food created chemically in the laboratory. Modern genetic modification, broadly used from the ‘60s on, originated with the objective of producing so-called ‘high yield seeds to meet the large demand for food: “it was based on a technology that everybody had access to, and that is, the hybrid seeds, produced and distributed by the public sector [...]. Neither intellectual property rights nor patents for the head of multinationals were foreseen; no private technology or private products: the farmer was the owner of the seed he grew and he was free to decide what to do with it”. The economic liberalisation of these products has, however, resulted in the almost total buying up by multinational companies of the production of “hybrids and non-reusable seed cultures and therefore not ecologically sustainable accounting for almost the total. […] This was made possible by the biologically patentability of the seed: the patent gives the seed producer the exclusive right to reproduce, conserve and develop further varieties and stops the farmer from reproducing, conserving or selling the seed”. Terminator is the name given to a gene that is introduced in the DNA of a plant to stop it being productive: “[...] the seed’s sterility guarantees a much stronger monopoly than do patents […]”. In addition to their negative effects on the natural biodiversity, these seeds cause genetic pollution because once these transgenic organisms are introduced into the ecosystem, their behaviour may diverge from initial suppositions, thus causing a depletion of natural resources and the phenomenon of desertification. Indeed, the formation of desert areas is a result of “the combination of phenomena that are caused by one another in an increasingly interactive mechanism [...]. The overall system functions like a vast amplification mechanism, within which even micro-factors may expand and produce lasting effects”.

 

Quattro elaborazioni fotografiche digitali di uguali dimensioni presentano altrettanti vegetali - lattuga, arancia, broccolo, mela - su un fondo scuro: come se fossero stati scannerizzati, questi ortaggi perdono la loro tridimensionalità per diventare superfici piatte, dove pieghe e naturali increspature sembrano ormai solo un elemento decorativo. Il testo in sovrimpressione reca i dati relativi ai brevetti di semi registrati da multinazionali americane negli anni ’90. Sulla foglia del broccolo, ad esempio, si legge: US Patent No. 4,677,246 Title: Prootogyny in Zea Mays Assignees: Dekalb-Pfizer Genetics
Il numero di brevetto, il titolo e l’azienda identificano l’appartenenza intellettuale, e quindi il diritto di proprietà, di una società su una particolare semenza creata in laboratorio. Queste immagini sono poste sopra una mensola su cui sono appoggiate quattro provette contenenti i semi biologici degli ortaggi presenti nelle fotografie, messi così in rapporto diretto con gli alimenti creati chimicamente in laboratorio. La moderna modificazione genetica, largamente usata a partire dagli anni ‘60, nasce con lo scopo di produrre sementi detti ‘ad alto rendimento’ per sopperire alla grande richiesta di cibo: “si basava su una tecnologia a cui tutti potevano accedere, e cioè i semi ibridi, prodotti e distribuiti dal settore pubblico […].
Non erano previsti né diritti di proprietà intellettuale, né brevetti in capo a multinazionali; nessuna tecnologia privata o prodotti privati: il coltivatore era proprietario del seme che possedeva, ed era libero di decidere l’uso che ne avrebbe fatto”. La liberalizzazione economica di questi prodotti ha, invece, generato l’accaparramento pressoché totale da parte delle società multinazionali sulla produzione di “ibridi e colture di semi non riutilizzabili e quindi non sostenibili ecologicamente. […] Ciò è stato reso possibile attraverso la brevettabilità biologica del seme: il brevetto conferisce al produttore del seme il diritto esclusivo di riprodurre, conservare e sviluppare ulteriori varietà e impedisce al coltivatore di riprodurre, conservare e vendere il seme”. Terminator è il nome dato ad un gene che viene immesso nel DNA di una pianta al fine di renderla non più produttiva: “[…] la sterilità del seme assicura un monopolio molto più forte di quanto non facciano già i brevetti […]”. Oltre alla negativa incidenza sulla naturale biodiversità, queste semenze sono causa d’inquinamento genetico, in quanto gli organismi transgenici, una volta immessi nell’ecosistema, possono comportarsi diversamente dai presupposti iniziali, generando il depauperamento delle risorse naturali e il fenomeno della desertificazione. La formazione di zone desertiche, infatti, è dovuta “alla combinazione di fenomeni che s’innescano a vicenda in un meccanismo interattivo di portata sempre crescente […]. Il sistema complessivo funziona come un grande meccanismo di amplificazione, al cui interno anche i microfattori possono estendersi e produrre effetti duraturi”.

 

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